Cargo containers are ready for transportation at the Port of Los Angeles October 27, 2014.  REUTERS/Bob Riha Jr.

Italia batte Cina nell’export pro-capite

Sorpresa: l’Italia batte la Cina nell’export, fatte le debite proporzioni. E lo fa nonostante l’euro forte: il recente boom delle esportazioni, certificato dall’Istat, è più consistente di quello di cui il nostro Paese beneficiò all’inizio degli Anni 90 con la svalutazione della lira. Nel 2017 è impopolare parlare bene dell’euro ma Massimo Siano, che da Londra dirige la sezione della casa d’investimenti Etf Securities per il Sud Europa, aggrega i dati macroeconomici in un modo che toglie acqua al mulino di chi propugna l’uscita dell’Italia dalla moneta comune: «Non ne abbiamo bisogno, perché non ricaveremmo vantaggi commerciali ulteriori dalla possibilità di svalutare una nostra moneta indipendente. E uscendo dall’euro perderemmo il beneficio del basso costo del servizio del debito, beneficio di cui oggi godiamo esclusivamente in virtù della nostra appartenenza all’euro e all’azione della Bce».

L’Istat pochi giorni fa ha ufficializzato per l’Italia nel 2016 un attivo commerciale record di 51,6 miliardi. Da qui parte Siano per il suo ragionamento. «In termini approssimativi – osserva – la popolazione italiana è sui 60 milioni di abitanti mentre quella cinese è superiore al miliardo e 300 milioni», benché nessuno sappia, probabilmente neanche chi governa a Pechino, quanti abitanti abbia davvero la Cina. Comunque, sottolinea Siano, «la popolazione cinese è 22 volte quella italiana, mentre l’attivo della bilancia commerciale cinese è 11 volte e mezza quello dell’Italia, cioè 595 miliardi di dollari contro 51,6 nel 2016. Fatti i conti, l’anno scorso l’avanzo commerciale pro-capite dell’Italia è stato superiore a quello della Cina».

Siano incalza: «Nel 2016 la bilancia commerciale italiana è stata la migliore in assoluto nella storia del nostro Paese. La svalutazione del 1992, quando la lira uscì dal Sistema monetario europeo, diede effetti positivi solo dal 1995 in poi… Oggi con l’euro abbiamo gli stessi effetti positivi (anzi migliori) senza il problema dell’inflazione e con finanze pubbliche più sotto controllo e (grazie all’euro) tassi d’interesse più bassi». Siano aggiunge che «la svalutazione del 1992 non è stata sufficiente, da sola, per migliorare bilancia commerciale e gli altri parametri economici italiani: ci sono volute manovre lacrime e sangue e il famigerato prelievo sui conti correnti».

Siano conclude: «Se siamo risaliti dal 1995 in poi io darei il merito alle riforme Amato e Ciampi sul controllo della spesa pubblica, e a quella di Dini sulle pensioni. Oggi grazie all’euro e a Draghi abbiamo tassi molto più bassi rispetto al periodo 1992-1995 e una migliore bilancia commerciale».

Però, obiettiamo, l’occupazione in Italia non riparte. E neanche i consumi. E finché questo non succede, le buone notizie economiche sono solo un dato statistico, senza riscontri sulla vita di milioni di persone. Ma Siano si dice sicuro: «Se il trend delle esportazioni continua così, gli effetti benefici sull’occupazione e sui consumi delle famiglie arriveranno presto».

Gold Ingots

 Boom per gli indici del buon bere

Il vino come l’oro: un investimento sicuro al quale appigliarsi in vista di possibili scossoni per gli asset più rischiosi, a cominciare da quelli azionari. I prezzi per il vino pregiato, racconta Bloomberg, sono ai loro massimi dall’Ottobre del 2011: manca ancora qualche tacca per rivedere i picchi raggiunti intorno alla metà di quell’anno, ma l’appetito per un investimento tutto sommato sicuro e che offre prospettive nel medio-lungo termine, insieme alla rinnovata passione dei cinesi e al calo della sterlina, stanno portando in alto gli indici del buon bere.

L’agenzia finanziaria nota che i vini e i fondi che li trattano sono visti dagli investitori proprio come il lingotto. “Le condizioni macroeconomiche favorevoli, una offerta limitata e una forte domanda continueranno a far crescere il mercato”, spiega Chris Smith, gestore del Wine Investment Fund di Londra. Il fondo ha offerto un ritorno del 17 per cento nel 2016, portando il valore degli asset a 248 milioni di sterline (circa 290 milioni di euro al cambi oattuale). C’è da considerare poi che il calo della sterlina associato a Brexit ha reso gli acquisti più favorevoli per gli investori di Oltreoceano e che gli indici denominati nella valuta britannica stanno vivendo un rialzo che bilancia proprio il calo della divisa di riferimento.

Da ultimo, si sta riaffacciando sul mercato l’investitore cinese che aveva fatto man bassa nel 2010, quando i prezzi erano in netta risalita, per poi restare scottato negli anni successivi. L’import di vino in bottiglia in Cina è salito del 21 per cento a 1,66 miliardi di dollari nei primi nove mesi del 2016.

L’indicatore di riferimento, il Live-ex 100 Benchmark Fine Wine Index, è da 14 mesi che chiude in positivo e ha offerto un ritorno del 25 per cento l’anno scorso. Anche confrontandolo con il Ftse 100 (quindi sterilizzando l’effetto sterlina), il bilancio è positivo visto che il principale listino londinese ha guadagnato il 19 per cento.

Il vino come investimento non è però facile come bere un bicchiere. Ci sono rischi associati ai fondi che investono nel comparto e “in molti casi sono di piccoli dimensioni, quindi ci possono essere problemi di liquidità”, spiega ancora a Bloomberg Charles Boulton, a capo dei mercati per la private-bank di Hsbc nel Regno Unito. Per avere rendimenti apprezzabili può essere necessario aspettare a lungo e la volatilità in alcuni casi è alta. Non mancano casi fallimentari: il Vintage Wine Fund basato alla Cayman era arrivato a d avere 110 milioni di euro nel 2008 ma ha chiuso nel 2013 dopo una serie di performance negative; un anno dopo è toccato al lussemburghese Noble Crus Wine Fund e lo stesso è accaduto al Bordeaux Fine Wines, con uno strascico spiacevole: uno dei suoi gestori è stato stato bandito dal governo britannico perché i soldi che dovevano servire per acquistare vino finivano in corse di cavalli e jet privati.

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Export trainato da 800 prodotti del food e wine

L’Italia consolida la sua leadership mondiale per numero di Dop e Igp: 814 prodotti tra food e wine.
Secondo il rapporto stilato da Ismea e Qualivita,  le indicazioni geografiche hanno raggiunto 13,8 miliardi di valore alla produzione nel 2015, con una crescita del +2,6% e un peso del 10% sul fatturato globale dell’industria agroalimentare nazionale.

Il segnale è che rappresentano un fattore chiave per la crescita del made in Italy, con un valore all’export di 7,8 miliardi di euro, pari al 21% delle esportazioni del settore agroalimentare e un trend positivo che registra un +9,6%.  Tuttavia gran parte del valore è realizzato da una dozzina di grandi Denominazioni: Grana Padano, Parmigiano reggiano, Prosciutto di Parma e S. Daniele che anche nel 2016 hanno realizzato performance brillanti.

Il settore del food, composto da oltre 80mila operatori, vale 6,35 miliardi di euro alla produzione (-1,5% su base annua) e registra una crescita al consumo del +1,7%, con un trend che nella grande distribuzione supera il +5%.

Il comparto vino, che raggiunge una produzione certificata di 2,84 miliardi di bottiglie, vale 7,4 miliardi di euro alla produzione con una crescita del +5,8%.

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CLOEREN inc. al “K” 2016 – Dusseldorf

La nostra rappresentata CLOEREN inc. sarà presente alla prossima edizione della fiera “K” che si svolgerà a Dusseldorf dal 19 al 26 ottobre prossimo.

Durante la fiera per la prima volta la Cloeren Incorporated esporrà la testa modello EBR V (EdgeBeadReduction) per le applicazioni di extrusion-coating. La EBR V è il modello più recente della nostra serie EBR.Con una base di oltre 50 EBR V installate negli ultimi 5 anni, questo modello ha dimostrato in modo affidabile una migliorata solidità operativa rispetto ad ogni altra testa per EdgeBeadReduction sul mercato. Le teste Cloeren modello EBR vengono utilizzate nei processi di extrusion-coating ed extrusion-lamination per la produzione di imballaggi flessibili nei quali il cambio di larghezza è frequente e/o dove la riduzione del bordino laterale è essenziale dal punto di vista economico ed ambientale.

I visitatori dello stand Cloeren potranno anche vedere il sistema Nanolayer più largo al mondo comprendente il Feedblock Nanolayer a 55 strati collegato alla testa modello EPOCH da 5435 mm per la produzione di NanolayerStretchfilm G3.I films Nanolayer sono diventati un riferimento nell’industria dello stretch film per le aumentate prestazioni nelle applicazioni pre-stretch ad alta velocità. I films stretch standard sono il punto critico nell’imballo in sicurezza dei materiali dalla distribuzione al punto di vendita. I films nanolayer G2 hanno consentito una significativa riduzione nelle perdite durante il trasporto grazie alle loro prestazioni rispetto ai materiali convenzionali; i films stretch G3 sono stati sviluppati per migliorare ulteriormente l’integrità dell’imballo.

Nello stand Cloeren sarà anche espostala testa con il manifold “Moebius”.  La geometria interna rivoluzionaria di questa testa si è rivelata particolarmente adatta per processare polimeri sensibili al tempo di permanenza nella testa, incluso il PVC.

La Cloeren Incorporated è la azienda leader nella fornitura di sistemi feedblock e teste di estrusione al mercato globale per i processi di cast film, extrusion-coating, lastre e stiro biassiale. Fondata nel 1980 con sede ad Orange, Texas U.S.A., la Cloeren ha stabilimenti in Nord America ed Europa e dispone di una rete di assistenza nel mondo che opera in 50 paesi nei 6 continenti.

Segnaliamo inoltre che sarà possibile vedere delle teste CLOEREN operative presso gli stand di SML (17-C42), COLINES (16-A39) e W&H (17-A57).

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Ulteriore calo dell’export extra-Ue: -5,2%

Il solitario rimbalzo degli Stati Uniti, peraltro amplificato da commesse una tantum di navi, non basta. Il rallentamento del commercio mondiale è ben visibile nell’export extra-UE di marzo, in calo su base annua per il terzo mese consecutivo. La frenata è del 5,2% (-0,3% il dato mensile), con una discesa corale che riguarda tutte le tipologie di beni, più marcata per l’energia (-42,6%) ma rilevante anche per beni di consumo, strumentali e intermedi.

In termini geografici, oltre alla ripresa degli Usa e al guadagno di nove punti in Giappone, la principale buona notizia riguarda la Russia, con vendite in calo marginale, una frenata di appena lo 0,9% che potrebbe segnare infine il termine del tracollo iniziato a metà 2014.

Per il resto, il comunicato Istat è una lunga sequenza di segni meno, con cali a doppia cifra per Turchia, Africa settentrionale, Medio Oriente e America Latina. Male anche India (-7,3%) e Cina (-2,5%).

Il tracollo dei listini energetici dei prodotti acquistati (-30,8%) appesantisce il “rosso” anche per le importazioni, che tuttavia per la prima volta da molti mesi presentano segni meno anche per la parte manifatturiera in senso stretto, con l’unica eccezione dei beni strumentali, ancora in crescita.

Il saldo commerciale, positivo per poco più di 4 miliardi, è in crescita di quasi mezzo miliardo rispetto allo stesso mese del 2015.

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LEGGE DI STABILITA’ 2016 – Super ammortamento sui beni strumentali

Il super-ammortamento o maxi-ammortamento permette alle aziende che investono in beni strumentali la possibilità di ammortizzare fiscalmente il bene al 140 per cento in luogo del 100 per cento.

 

Soggetti beneficiari

Il super-ammortamento o maxi-ammortamento al 140 per cento può essere applicato da «tutte le aziende che investono in beni strumentali strettamente inerenti al core business aziendale».

Sono compresi in questa definizione tutti i titolari di:

  • reddito d’impresa;
  • reddito da lavoro autonomo incluso il regime dei minimi (tranne i contribuenti in regime forfettario).

I beni oggetto del super ammortamento sono soltanto quelli il cui coefficiente di ammortamento civilistico è pari o superiore al 6,5%.

 

Come funzione e come si applica

Il meccanismo di applicazione del super ammortamento o maxi ammortamento al 140 per cento prevede che l’azienda possa dedurre una quota fiscale di ammortamento maggiore rispetto a quanto oggi prevede il decreto ministeriale di riferimento. Nell’applicazione operativa, l’ammortamento al 140 per cento consente di ammortizzare il cespite acquistato secondo le aliquote ordinarie, mentre dal punto di vista fiscale viene effettuata una «variazione in diminuzione della base imponibile» su cui poi verranno calcolate le imposte.

Per esempio, se l’azienda ALPHA acquista un cespite per un costo (netto IVA) pari a 1000,00 euro e il relativo coefficiente di ammortamento è pari al 10% per 10 anni, con il super-ammortamento questa azienda avrebbe diritto a dedurre fiscalmente il 14% (in luogo del 10).

 

Periodo temporale di riferimento

Il super ammortamento o maxi ammortamento introdotto dalla Legge di Stabilità 2016 si applica per tutti i beni strumentali acquistati tra il 15 ottobre 2015 ed il 31 dicembre 2016. Di conseguenza, in attesa di ulteriori chiarimenti operativi da parte dell’Agenzia delle Entrate, il super ammortamento al 140 per cento non potrà essere utilizzato ai fini degli acconti delle imposte dovuti per il 2015 ed il 2016.

 

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Italy consolidates its leadership among food exporters

Italy is the largest exporter of food in the world, and in 2014, it grew faster than the world’s average: +3.24% against +1.96%. In other words, we are the best in the total, but there is (almost) always someone who does better in individual products.

This indication comes from a study conducted by Bureau van Dijk through the Trade Catalyst platform, according to which Italy often comes second in many of the most representative Made in Italy products in the world.

Cheese, for example. A few days ago, Assolatte remarked that Italy is a leading country in Europe in terms of cheese with protected designation of origin: our PDO cheeses are 51, and France follows suit with 47, while Germany does not even qualify, since it has such a small amount.

Yet, when it comes to selling dairy products to the four corners of the earth, Berlin has largely outperformed us: last year the cheese it exported cashed $5.1 billion, ours only $2.8 billion; its share of the global market is 15.7%, while ours is only 8.7%.

Concerning wine, France basks on the global throne: its wineries earned overseas $10 billion in revenues, while ours gained $6.7 billion. However, some data make us optimistic: last year, our wines sold abroad posted a 1.4% increase, theirs declined by 1.24%.

We have grown a lot in pastries, +5% last year, with over one third of the export made of bakery products. But chocolate, as we all know, is an important part of the segment and therefore in the global market, not only Italy is beaten by Germany (which exports $8.6 billion a year, against our $3.7 billion), but also by Belgium, which earns $5.2 billion abroad and holds 9% of the market.

Apart from cheese and pastries, Germany performs better than we do also in the cold cuts segment. German sausage makers are the largest exporters in the world, even ahead of the US, and every year they raise $2.3 billion abroad; we only cash $1.6 billion. The Made in Italy products, however, have shown greater vivacity: last year, the Italian export of the sector increased by around 7%, while the German one only grew by 2%.

As for olive oil, the Spanish overtaking is known since the early 2000s. And the terrible year 2014 for Italian olive trees – from Xylella to the killer flies – has only accentuated a consolidated gap. Last year, the Spanish producers sold oil abroad for $3.8 billion: they posted a rise in exports of over 38% and now firmly have in their hands more than half of the world market in the sector.

Hence, we rank first in the total of the basket, but we always find someone who defeats us in individual products. Almost always, as we said, and the exception is the symbol of Made in Italy products, which is above them all: pasta. We sell $2.3 billion of it abroad and have 50% of the global market. Who is the second exporter? It is Turkey, with $466 million.

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Thirty years after its worst crisis, Italy’s wine industry doubled its turnover

The success of Italian wine is the result of a long journey that started some time ago, with ups and downs. The low point was thirty years ago, when a wine that was poisoned with methanol (22 victims and dozens fallen ill) showed how a crisis can serve as a trampoline that relaunches a business.

The turnaround of the Italian wine sector is clear in the numbers: in 1986, Italy produced 77 million hectoliters of wine. That’s fallen to 47 million, in line with a decline in per capita consumption from 68 hectoliters in the 1980s to 37 currently.

Yet the dip in production and consumption was accompanied by an explosion in sales, driven by exports, which surged from €800 million in 1986 to €5.4 billion in 2015 (up 575%).

Exports have pushed total turnover for the wine sector to €9.4 billion today, from €4 billion thirty years ago.

One constant in the journey of Italian wine has been the growth of DOC and DOCGlabels , which comprise 35% of all wine today versus 10% thirty years ago. Including IGT wines, the total share of locally certified product makes up 66% of the total.

Trade group Coldiretti also noted that “the average value of Italian wines in 1986 was 36% below the worldwide average, while today it’s 48% above the average.”

And in 1986, certain trends hadn’t yet taken hold. Italy’s enotourism industry had 3 million visitors last year. And the cultivation of biological wine, unknown until several decades ago, now occupies up a surface of 72,000 hectares.

Alongside its leading position in exports and in quality, Italy’s wine sector also boasts an unenviably high level of bureaucracy. The number of work days producers spend on bureaucratic tasks has hit 70 per year.

“That’s enormous,” said Moncalvo. “We await a decisive change on this front starting with the Single Wine Act [which codifies existing Italian law on the field]. It’s been heralded many times, but is still just on paper.”

“It’s important to remember the journey Italian wine has been through,” added Agricultural Policy Minister Maurizio Martina, “but not to ignore future challenges. Starting with quality, the simplification of the business, and the need for research. On the latter, I want to stress that I don’t want to be labeled as an obscurantist. In fact I think that the wine sector shows the opposite trend, given that genome sequencing of vines was developed in Italy in recent years. This shows that there is an Italian research path and that it’s certainly not passing into obscurantism.”

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La Peroni diventa giapponese

Va a buon fine il pressing del gruppo giapponese Asahi per la conquista della birra Peroni e, con essa, di quella olandese Grolsch. Il colosso nipponico delle bevande ha messo sul piatto 2,55 miliardi di euro: l’assegno è intestato alla SabMiller, la mega azienda sudafricana che si fonderà con AbInbev e che per questo deve cedere alcuni marchi. Quello premium italiano e la Grolsch sono stati messi appunto sul mercato. Confermando le anticipazioni di Reuters e Nikkei, AbInbev ha confermato la ricezione dell’offerta: la cifra, oltre i marchi, riguarda anche le loro rispettive attività in Italia, nei Paesi Bassi e nel Regno Unito.

L’interesse per la bionda tricolore era già emerso in passato. Al gruppo del Sol Levante si erano poi aggiunti quello di altre cordate. Il produttore della San Miguel, filippino, la Fraser and Neave, parte del gruppo thailandese Thai Beverage, ma anche i fondi come Kkr e Pai Partners si erano avvicinati al dossier. Alla fine, la spunta il maggior produttore del Giappone, che vanta una quota di mercato del 38% con la fortissima etichetta Super Dry, ma vuole crescere fuori dall’arcipelago orientale. Una strada obbligata per combattere il cambio di gusti della popolazione, che non solo sta invecchiando sensibilmente ma sta anche apprezzando sempre di più il vino.

La SabMiller, recentemente acquistata dal conglomerato Anheuser-Busch InBev, ha necessità di cedere il marchio italiano Peroni che controlla dal 2003 e l’olandese Grolsch come parte della trattativa, per soddisfare i dettami Antitrust.

Sempre nel campo della birra, oltre alle operazioni straordinarie si annotano i conti di un altro grande gruppo: gli olandesi di Heineken hanno registrato nel 2015 una crescita dell’utile netto del 25% a 1,89 miliardi di euro. Il giro d’affari è cresciuto del 6,5% a 20,51 miliardi (+3,5% a perimetro costante). Il gruppo proporrà la distribuzione di un dividendo sul bilancio 2015 pari a 1,30 euro per azione, in aumento del 18 per cento.

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Il made in Italy sbarca a Parigi

Si è sempre detto che l’ombelico del mondo fosse Londra, ma al momento Parigi si merita di più questo epiteto.

La città accoglie in questo periodo le sfilate di moda uomo (20-24 gennaio), quelle della donna haute couture (24-28 gennaio) e tra una passerella e l’altra anche l’evento di design che gli appassionati del settore non si possono proprio perdere: Maison & Objet, dal 22 al 26 gennaio.

Chi ha deciso di trascorrere nella capitale francese un lungo week-end per scoprire le novità proposte dai designer di tutto il mondo, saprà già come orientarsi, ma difficilmente riuscirà a vedere tutto. Per i visitatori, quindi, e per chi resta a casa, abbiamo preparato una gallery per illustrare alcuni prodotti del made in Italy presentati a Parigi.

Il panorama è molto eterogeneo e prevede sedute sia per l’interno (Gebrüder Thonet Vienna) sia per l’esterno (Gervasoni), profumi per l’ambiente (Kartell Fragrances) avvolti in originali contenitori di plastica colorata, tavoli con tagli strategici per nascondere i fili elettrici di lampade e di carica-batterie (Internoitaliano).

Si continua con lampade cult rivisitate in nuovi materiali (Luce Martinelli) e lampadari in anteprima che richiamano elementi naturali come stelle e fiori (Lasvit), articoli in porcellana dal fascino senza tempo (Richard Ginori) sul blu o sul rosso e lavabi (Simas) molto sottili dalle tonalità tenui perfette per il bagno.

Chiude la nostra gallery un elegante set di biancheria (Somma 1867) con pizzi e altre lavorazioni che possono decorare – dando un tocco vintage – letti (Porada) disponibili in svariati materiali e nuance.